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  • Immagine del redattoreBarbe à Papa Teatro

L'ARTE DELLA RESISTENZA -#2 RiMaflow: autogestione, cooperazione e la potenza della parola Recupero.

Aggiornamento: 11 feb 2023

a cura di Chiara Buzzone Il secondo appuntamento della nostra rubrica L’arte della resistenza è dedicato a un luogo di solidarietà, uguaglianza e mutuo soccorso, un luogo senza padroni, nato dall’esperienza di recupero ispirata al modello argentino delle fabricas recuperadas (1), un luogo antifascista, antirazzista e antisessista in cui la giustizia sociale fa da guida a ogni iniziativa e attività: sto parlando di RiMaflow Fuorimercato, società operaia di mutuo soccorso, cooperativa sociale di comunità.

La mattina del 23 Settembre 2022 siamo andati a far visita alla cooperativa sociale RiMaflow, nella sede di Trezzano sul Naviglio. Abbiamo incontrato Gigi Malabarba, militante di sinistra e uno tra i protagonisti dell’importante esperienza di recupero della fabbrica Maflow da parte degli operai, un’esperienza mirata al rilancio di una nuova avventura di lavoro e di impresa sociale.

Gigi ci ha accolto calorosamente, e l’intera visita è stata un balsamo per i nostri cuori.

Ci ha guidati e ci ha spiegato passo passo la storia di quel luogo e di chi lo abita, tutti i giorni. (1) fenomeno che portò al recupero delle imprese da parte degli stessi lavoratori, fallite a causa della grande crisi argentina del 2001, tema che sarà approfondito più avanti. Per saperne di più intanto: https://www.alpcub.com/Filo_rosso/puntata13_filorosso.pdf; https://sostenibilitaequitasolidarieta.it/lefabbriche-recuperate-un-nuovo-modello-dimpresa-solidale/

Abbiamo percorso i corridoi, le sale, i viali e incontrato alcun* tra i lavoratori e le lavoratrici che a RiMaflow hanno trovato un’occasione di riscatto sociale e vitalità lavorativa.

Abbiamo chiacchierato con i detenuti di Mitiga, impresa sociale ospitata da RiMaflow, impegnata a costruire percorsi di inserimento lavorativo delle persone detenute

(https://www.mitigaimpresasociale.it). Abbiamo ricevuto dei doni in tessuto riciclato fatti dai lavoratori di Catena in Movimento (https://www.liberationprisonproject.it/2022/03/21/catena-in-movimento/) un’altra realtà autogestita da detenuti che creano in maniera autonoma percorsi lavorativi e di liberazione dalla pena del carcere.

sala Catena in Movimento
sala Catena in Movimento

Abbiamo incontrato Simona, artigiana di Cucito Creativo, che aveva appena ricevuto una consistente richiesta di produzione e stava già cercando di capire chi all’interno della cooperativa potesse aiutarla nel processo. Abbiamo curiosato nelle sale di artigianato e ammirato la manodopera quotidiana (qua il link alla lista delle botteghe https://www.rimaflowcittadeimestieri.it/botteghe-artigiane/).

In generale abbiamo visto come funziona la cooperativa.

Bene. La cooperativa sociale funziona bene, si respira bene e ci si sente a casa.



Ma qual è stato il punto di partenza del processo di recupero della Maflow?

Sommersa dai debiti a causa di speculazioni finanziarie, la Maflow, una fabbrica di componentistica automotive, lasciò senza lavoro più di 300 persone, parlando solo della sede di Trezzano sul Naviglio (la fabbrica vantava 23 stabilimenti in tutto il mondo). Dopo il fallimento definitivo del 2012, gli ex operai della Maflow si sono reinventati, costituendosi in cooperativa, e hanno messo a reddito i trentamila metri quadri di capannoni abbandonati, dandoli in affitto ad artigian*, antiquar*, artist*, o trovando loro stessi uno spazio per portare avanti la loro attività. Una volta andati via i padroni, gli operai sono riusciti a gestire la produzione in autogestione. L’obiettivo era fare del bene al pianeta, e che cosa può fare una fabbrica metalmeccanica per il pianeta? Cercare di recuperare le materie prime perché possano essere reimmesse in un ciclo di produzione non di massa, bensì attenta all’ecologia. Così è stato, in qualche modo, nonostante le difficoltà affrontate per arrivare a immaginare e realizzare il progetto RiMaflow.

Molte persone scelgono questo luogo sia per il rapporto qualità/prezzo, ma anche per il contesto, ovvero un contesto in cui è possibile lavorare in sinergia con le altre persone che gestiscono le svariate attività all’interno della cooperativa. L’esigenza dei più arriva dalla necessità di potersi permettere un luogo di lavoro in un panorama complicato e poco abbordabile come quello del milanese. Chi sceglie RiMaflow scopre l’esistenza di una rete di artigian*, lavoratori, lavoratrici a cui appoggiarsi quotidianamente, scopre l’umanità e la solidarietà che si traducono in cooperazione, per cui non ci si sente mai abbandonati. Si entra a far parte di un progetto di ricollocazione sociale e di un nuovo modello organizzativo di concepire il lavoro.

È un luogo in cui le persone cercano di capire se una passione può diventare un lavoro, è un luogo in cui è possibile immaginare il prendere forma dei propri sogni. Forse esagero, ma è questa l’impressione che ho avuto passeggiando tra i vivissimi padiglioni, pieni di oggetti e materiali, abitati da tante persone, alle volte molto diverse tra loro. A RiMaflow attività produttive, sociali, artistiche si incontrano come si incontrano migranti, disoccupat*, lavoratori/lavoratrici, in un’ottica anche molto inclusiva, oltre che solidale. Si respira un enorme rispetto per la diversità e per il lavoro.

Chiedo a Gigi di parlarmi degli albori della sua personale esperienza, dell’inizio

dell’occupazione che poi è diventata il progetto di cooperativa sociale, da cosa nasce?

Gigi: "Innanzitutto dalla casualità: ero operaio all’Alfa Romeo, ero in mobilità perché la fabbrica aveva chiuso definitivamente la produzione nel 2003, e nel 2009 ero ancora in mobilità in attesa della pensione, perché la FIAT aveva ottenuto una cassa integrazione abbastanza lunga, che facesse da ponte. Allora seguivo sindacalmente le fabbriche che erano in vertenza per difendere il posto di lavoro, e ho incontrato questa. C’era stata la grossa crisi del 2008 e c’erano molte realtà di questo tipo. Tra queste la Maflow, di cui sapevo ancora poco. Essendo in mobilità fortunatamente avevo tempo a disposizione, e praticamente mi sono innamorato di questa attività, ho cominciato a frequentarla con i picchetti, tutti i giorni. Il presidio è durato più di un anno con una semi occupazione, io sono diventato un po’ uno di loro, ho stretto amicizie, legami, tutt’ora presenti e forti. È stata un’esperienza di condivisione, che a un certo punto purtroppo si è dovuta interrompere, dopo aver perso la lotta - perché comunque la lotta l’abbiamo fatta, ma l’abbiamo persa.

La fabbrica quindi ha chiuso, ma con un gruppo di persone si è pensato di dire “la storia non finisce qua!”. All’inizio abbiamo cercato anche di fare un accordo con la proprietà, che era di una banca, ma siamo stati totalmente ignorati. Poi, dopo qualche anno, la banca si è accorta di avere questa proprietà e hanno deciso di mandarci via (e dire che all’inizio la banca non sapeva neanche dove fossero le loro proprietà dimenticate). E noi qualcosa abbiamo messo in piedi, un po’ seguendo l’esperienza delle fabbriche recuperate argentine che io avevo un po’ conosciuto; parlo dell’esperienza più importante di occupazione di fabbriche della storia, di rimessa in funzione delle imprese senza padrone. Perché certo, ci sono state le esperienze della Spagna del ’36 in una condizione del tutto particolare di rivoluzione spagnola, però in un contesto di normalità democratica un fenomeno così grande ed esteso, quello di centinaia di fabbriche occupate, si è verificato lì in Sudamerica: i padroni scappavano, a causa della grande crisi del 2001, per andare in Canada o negli Stati Uniti, mollando tutto da un giorno all’altro, fuggendo con tutti i soldi, dopo averli ritirati in banca; le banche quindi nel frattempo fallivano, in quella situazione di disordine, e in Argentina i lavoratori che sono rimasti in fabbrica, con i macchinari e magari anche con la possibilità di usare le materie prime, cominciarono a catena a far funzionare le fabbriche senza bisogno del padrone, autogestendosi. Allora lì furono recuperate da parte di qualcuno anche gli insegnamenti delle storiche fasi dell’autogestione, della Spagna certamente, ma anche quella del ’72/’73 della LIP in Europa, a Besançon, una fabbrica di orologi in cui gli operai, molto qualificati, furono capaci di mandare avanti la produzione da soli. Piccole cose sono successe anche da noi, come la Fargas nella zona Sempione, nel ’75/’76 occupata e autogestita in produzione, per due anni; faceva scaldabagni e caldaie.

Quella delle fabbriche in Argentina resta il fenomeno più esteso in assoluto, e che ancora adesso prosegue, da oltre vent’anni ormai. Non parliamo solo di fabbriche, ma anche di alberghi, il grattacielo al centro di Buenos Aires, il Bauen, è un albergo occupato, che è diventato il centro di organizzazioni e incontri sindacali auto gestionali. Fabbriche grafiche, metalmeccaniche e così dicendo, ancora oggi vivono. Certo, non c’è una legislazione favorevole, non c’è neanche però una norma assoluta sulla difesa della proprietà privata sempre e comunque. Anche lì hanno subìto tanti sgomberi, però la possibilità di regolarizzare c’è stata."

E qua in Italia?

G.: "Qua in Italia non abbiamo tante esperienze di questo tipo, perché qui l’unica possibilità che si ha di recuperare una fabbrica è una legge importante dell’85, la legge Marcora, la quale consente ai lavoratori che vogliono rilevare una fabbrica di prendere tutto quello che hanno in tasca e con la liquidazione e l’anticipo degli ammortizzatori sociali, costituire una cooperativa e quindi rilevare la fabbrica. È chiaro che è un rischio, si partecipa al rischio d’impresa di una fabbrica abbandonata dal padrone, il quale forse qualche buon motivo per mollare lo aveva avuto. È vero anche che togliendo il profitto del padrone in qualche modo il lavoratore regge, però non è così semplice. Ci sono alcune esperienze di questo genere, noi a RiMaflow le conosciamo e le sosteniamo, e vivono perché sono lavori di nicchia o perché su quella produzione c’è il monopolio, per cui non c’è concorrenza, sennò è molto più complicato, e a quel punto è facile che un’esperienza del genere venga massacrata dalla concorrenza e non viva più. Però è pur sempre uno strumento che è possibile pensare di utilizzare, non è una strada da scartare.”

Non poteva mancare un passaggio lì dove culmina la produzione del liquore preferito di compagnia: l’Amaro del Partigiano (http://www.amaropartigiano.it ) - che sorseggio proprio in questo momento mentre scrivo! - Quelle stesse sale tra l’altro, ci spiega Gigi, durante l’emergenza sanitaria si sono trasformate anche in luoghi di smistamento per i prodotti da distribuire alle persone in difficoltà. Un’altra azione solidale di forte impatto sul territorio. La nostra visita si conclude con un giro al museo, in cui sono esposte alcune delle creazioni degli artigiani e delle artigiane che lavorano a RiMaflow, e dove i sogni di una compagnia come Barbe à Papa Teatro si incrociano con quelli di una cooperativa sociale: è possibile immaginare un’esperienza di mutualismo e solidarietà anche nel mondo del teatro? È possibile unire le forze e far sì che diventi una lotta condivisa? E mentre lasciamo le riflessioni su una risposta ancora a noi ignota (ma sulla quale lavoriamo quotidianamente) ci avviamo verso la sala che non poteva che essere l’ultima tappa della nostra visita: la mensa. Dopo le ultime chiacchiere con operai e visitatori di RiMaflow, tra un boccone e un bicchiere di vino, facciamo in tempo a comprare qualche bottiglia di Amaro del Partigiano (e ordinarle per parenti ed amici!), riporle in una delle borsette regalateci dai lavoratori di Catena in Movimento, e ci avviamo verso l’uscita.

Gigi ci scorta gentilmente alla fermata della metro e ci saluta, con lo stesso calore e con l’invito a tornare in quei luoghi e a pensare a un modo possibile per incrociare le nostre realtà, a quanto pare solo geograficamente distanti. Erano i giorni in cui portavamo in scena lo spettacolo Mi Ricordo a Milano. Erano i giorni in cui facevamo tanti discorsi attorno alle elezioni, che si sarebbero svolte solo pochi giorni dopo e che purtroppo hanno avuto l’esito che temevamo. L’esito che ci ha portato quasi a inaugurare la nostra rubrica con un barbeapapapost dal sapore amaro, scritto a partire da un sentimento di rabbia. Poi ci siamo fermat* e abbiamo capito: il nostro punto di partenza è e dev’essere la resistenza.

Per approfondire ulteriormente l’argomento consiglio la lettura di Le fabbriche recuperate. Dalla Zanon alla RiMaflow, un’esperienza concreta contro la crisi, di Andrés Ruggeri, ed. Alegre, 2014.

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