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L’ARTE DELLA RESISTENZA – #1 Partinico Solidale e l’esperienza del doposcuola popolare.

a cura di Federica D'Amore



L’arte della resistenza è il titolo del nostro ultimo spettacolo teatrale, ma è anche un modus vivendi più che mai necessario per reagire alla violenza di una contemporaneità cinica e fagocitante, che impone standard irraggiungibili, noncurante di chi e che cosa lascia indietro, che divide, che opprime i bisogni collettivi, che riduce a dati numerici le personalità di ognuno e ognuna di noi. L’arte della resistenza è la pratica costante di un esercizio di comunità, una comunità che ascolta e accoglie i bisogni inespressi e che cerca strategie per colmarli, facendosi carico di una mancanza. È per questo che abbiamo voluto farne una rubrica: un’indagine su tutte quelle realtà che operano in maniera alternativa, alla ricerca di una visione del reale più giusta, più in ascolto coi bisogni e le peculiarità di ciascun contesto. L’arte della resistenza mira a ricostruire una costellazione di modelli possibili in luoghi impensabili, disegnando la cartografia di una nuova resistenza.


Per il primo appuntamento della rubrica abbiamo intervistato Antonietta Rubino e Maria Lucia Casarino, co-fondatrici dell’associazione Partinico Solidale e docenti del doposcuola popolare: un dispositivo che l’associazione ha attivato nel 2020 per contrastare l’emergenza della dispersione scolastica, intensificata dalla didattica a distanza. L’associazione opera nel territorio di Partinico, in provincia di Palermo. Noi Barbe à Papa Teatro partecipiamo alle attività solidali curando un laboratorio teatrale nell’ambito del doposcuola popolare.

Come nasce l’idea di un doposcuola popolare? Antonietta: Il nostro gruppo è nato quattro anni fa, abbiamo iniziato con svariate attività solidali per la comunità di Partinico. In particolare, l’esigenza che ci ha spinto a creare il doposcuola popolare è stata l’aver rilevato negli ultimi anni un arretramento culturale e un degrado crescente e diffuso. Abbiamo pensato che fosse fondamentale lavorare con i bambini e le bambine, e quindi con le nuove generazioni, oltre che con le persone adulte. Da qui l’idea del doposcuola popolare.

Com’è strutturato? A.: Il gruppo è formato da cinque docenti volontari: due in pensione e tre ancora in servizio. Abbiamo cominciato con attività saltuarie integrando laboratori creativi e maieutici, fino a consolidare un percorso standard e organico, perché ci interessava realizzare un’attività continuativa e che quindi potesse essere più incisiva. Questo è già il terzo anno che esiste il doposcuola popolare.

Quali difficoltà avete riscontrato inizialmente? A.: Abbiamo cominciato in piena pandemia, eravamo preoccupati perché il rischio del contagio avrebbe potuto far passare messaggi di scarsa attenzione e quindi abbiamo iniziato con grande cautela, con un piccolo numero e instaurando un patto formativo con le famiglie. Nonostante la preoccupazione iniziale abbiamo deciso di avviare l’attività perché l’emergenza della dispersione scolastica andava affrontata subito, soprattutto nella fase della didattica a distanza che ha lasciato ancora più indietro chi si trovava già in difficoltà. Quali sono state le soddisfazioni maggiori? A.: Alcuni ragazzi e ragazze non sono molto seguiti, e spesso vengono segnalati dagli stessi docenti o dalla psicopedagogista che ha una visione più ampia di tutto il territorio. Questi ragazzi sembrerebbero destinati all’insuccesso, stentano a mantenere l’impegno, poiché c’è chi segue il doposcuola saltuariamente. Per questo abbiamo attivato un gruppo solido e stabile rivolto a ragazzi e ragazze in difficoltà e a rischio dispersione scolastica e che il più delle volte non possono permettersi di seguire delle lezioni private. L’anno scorso in particolare abbiamo avuto una grande soddisfazione perché alcuni di loro erano ripetenti e al limite con le assenze, eppure hanno sostenuto gli esami di terza media con successo, riscontrato dagli stessi professori della commissione d’esame che hanno sottolineato l’importanza del nostro doposcuola, che li ha sostenuti/e nella preparazione. Adesso vanno alle superiori, qualche volta tornano a trovarci. Al momento però seguiamo ragazzi e ragazze solo fino alla terza media.

Come si sostiene il doposcuola popolare? A.: La nostra associazione Partinico Solidale si autosostiene, e il gruppo docenti è costituito da volontari. Da un anno abbiamo in affitto una sede che ospita diverse attività, tra cui il doposcuola popolare. Il circolo Arci Pasol è uno spazio aperto a chiunque abbia bisogno di un luogo di confronto e di scambio umano.


E il Comune?

A.: Il nostro comune, Partinico, è stato commissariato per circa tre anni, perché sciolto per mafia. Naturalmente trovandosi in un comune sciolto per mafia la questione più urgente per l’amministrazione è stata conoscere il territorio e cercare di risanare i bilanci. Negli ultimi tempi il dialogo si è aperto ulteriormente, attraverso alcune riunioni finalizzate a conoscere le associazioni locali e ad ascoltare le proposte per il contrasto alla povertà educativa. Anche Partinico Solidale ha preso parte a queste riunioni, lavorando già da tempo in questa direzione, e quest’anno (2022) per la prima volta ha ricevuto un finanziamento per sostenere il doposcuola popolare. I finanziamenti stanziati erano previsti per attività da realizzare tra giugno e dicembre 2022, ma i tempi burocratici non corrispondono quasi mai ai bisogni reali. Nel frattempo, è stato eletto un nuovo sindaco. Confidiamo dunque che nel prossimo futuro possa esserci un ulteriore riconoscimento della nostra attività solidale.

I valori su cui si fonda Partinico Solidale sono molto forti e noi Barbe à Papa Teatro li sposiamo in pieno, per questo la nostra collaborazione in questi anni si è intensificata costituendo un vero e proprio sodalizio. Partinico Solidale, in collaborazione con Barbe à Papa Teatro, è partner di un importante progetto finanziato dall’Unione Europea e ideato dalla compagnia teatrale belga Les Nouveaux Disparus, che punta a realizzare, insieme agli altri paesi partner (Francia, Germania, Grecia e Tunisia), “La Nomade House”: una casa itinerante delle culture euro-mediterranee.

Mettere in pratica l’arte della resistenza significa, secondo noi, immaginare l’inimmaginabile, e poi agirlo. Ciò però alle volte sembra impossibile, finché non si arriva a pensare che non ne valga la pena, e si smette di provarci. Come si fa a immaginare l’inimmaginabile soprattutto in territori come Partinico? Come si mette in pratica l’arte della resistenza?

Maria Lucia: Bisogna partire dall’osservare la realtà circostante e le persone che ne fanno parte: cittadini/e, ragazzi/e, bambini/e. Bisogna ascoltare soprattutto i bambini e le bambine. Capire i bisogni, collettivizzarli, e scoprire che si possono risolvere facendo comunità, cercando di unirsi anziché disgregarsi, cosa che la realtà spesso ci porta a fare, facendoci sentire soli con i nostri bisogni inespressi.

A.: Abbiamo anche coinvolto lo sport, l’anno scorso per la prima volta abbiamo creato la squadra del doposcuola che ha partecipato al torneo Mediterraneo Antirazzista (https://mediterraneoantirazzista.it/). “Abbiamo sempre studiato e non ci siamo allenati abbastanza!” ci hanno rimproverato i ragazzi, quest’anno avranno maggiore spazio per farlo. La partecipazione al torneo è stato un modo per fare comunità con gli altri ragazzi del luogo. L’anno scorso gli stessi ragazzi e ragazze del doposcuola hanno fatto da tutor ai compagni di classe più in difficoltà, e quindi la comunità aveva una valenza ancora più importante perché i ragazzi e le ragazze - in autonomia - hanno messo in pratica strategie di mutuo soccorso: i più bravi e le più brave a scuola magari erano più isolati/e o viceversa, quindi lo scambio è stato reale, sociale, non soltanto didattico.


Quindi potremmo dire che nessuno è destinato all’insuccesso se si avvale di reti molto forti…

A. e M.L.: Assolutamente sì! E quindi, secondo questo principio, si può cambiare il mondo?

A.: In quest’ultimo periodo abbiamo seguito in una scuola superiore un percorso sul volontariato coordinato dal CeSVoP (https://www.cesvop.org/). Dalla settimana scorsa, alcuni studenti e studentesse di questa scuola hanno cominciato ad aiutarci al doposcuola. Con loro abbiamo riflettuto sull’importanza del volontariato e di non rassegnarsi. La rassegnazione sicuramente non ci aiuta a produrre il cambiamento, ma io penso che ognuno di noi può fare dei piccoli cambiamenti.


M.L.: Ognuno di noi può cambiare le cose, ma non ci si deve aspettare un risultato immediato.

A.: Esatto, i cambiamenti non si possono vedere all’improvviso. Sono le scelte che facciamo ogni giorno, in ogni ambito della nostra quotidianità (il cibo, gli abiti…) a cambiare, e a cambiarci. Mettendo in pratica scelte consapevoli possiamo produrre un cambiamento. E i nostri piccoli cambiamenti possono crescere. Io ho una lunga esperienza di impegno sociale, ma ammetto che arriva sempre un momento in cui si sente un po’ di rassegnazione. Nel nostro gruppo ci sono dei giovani che mi hanno insegnato che non c’è bisogno di ambire a muovere le grandi masse, che le cose si possono cambiare anche piano piano e con piccole azioni quotidiane.


Immaginiamo che qualcuno che si trova in una Partinico lontana nel mondo stesse ascoltando la nostra conversazione, e avesse voglia di creare un’esperienza come quella di Partinico Solidale e del doposcuola popolare ma non sa da dove cominciare, che consigli dareste a una realtà lontana per sviluppare un’esperienza di resistenza come la vostra?

A.: Noi, ad esempio, abbiamo attraversato un momento in cui non riuscivamo a portare avanti il doposcuola perché eravamo troppo pochi. Ma attraverso le reti solidali e le relazioni interpersonali siamo riusciti a far comprendere l’importanza di questa realtà e a creare un gruppo di sostegno solido e continuativo.


M.L.: Bisogna avere molta consapevolezza delle azioni che si compiono giornalmente, e dell’impegno profuso. Da parte nostra c’è un impegno forte e quotidiano, se non hai quella consapevolezza di voler dare incondizionatamente, allora non si va molto avanti. In primis chi fa parte del gruppo deve avere convinzione e consapevolezza di ciò che fa. E poi personalmente pongo sempre la questione sull’osservare con la propria sensibilità la realtà che ci circonda, per me basta abbinare tutte e due le cose e pian piano, un ragazzino dopo l’altro, si può creare comunità e far sì che questa rete diventi sempre più grande.


A.: Spesso a scuola diversi colleghi esprimono ammirazione per ciò che facciamo, dicendo che anche a loro piacerebbe partecipare al nostro progetto. Quello che proponiamo vuole essere un modello, e se proponi un modello è perché ci credi, e a quel punto il messaggio arriva e magari viene imitato. Quindi come si risponde a chi dice “tanto non cambia mai nulla, è inutile provarci”?

M.L.: Quella è rassegnazione, e porta all’immobilità. Rimanere fermi non porta a nulla, è necessario tentare, attraversare gli alti e i bassi, modulando il percorso, naturalmente, ma andare sempre in una direzione ostinata e contraria.

A.: Purtroppo è una concezione diffusa. Ma quello dei “piccoli cambiamenti” è un messaggio oggi più che mai necessario e urgente da veicolare. Cambiamenti che prima o poi diventano realtà, ed è questa forse la più grande lezione che questi ragazzi e ragazze possono apprendere qui al doposcuola popolare.

Quindi come si mette in pratica l’arte della resistenza?

A. e M.L.: Facendo! Il pensare accompagnato dal fare è fondamentale. E non arrendersi se i risultati sono piccoli, perché possono crescere e produrre grandi cambiamenti. Creare un ambiente sano, nell’ascolto di tutti e di tutte. Per creare alternative alla realtà che si vive quotidianamente, soprattutto quando ci appare ostile.



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