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  • Barbe à Papa Teatro

Teatro s.m. – ovvero singolare maschile

Considerazioni su L’emergenza del teatro ai tempi del Coronavirus di Davide Carnevali


di Claudio Zappalà


Quando ci sforziamo di definire il teatro, di capirne i meccanismi, di chiederci come si fa o come si dovrebbe fare, cosa è o cosa dovrebbe essere, a mio giudizio[1], facciamo uno sforzo vano, o quasi. E vano, o quasi, è lo sforzo di chi prova a mettere qualsiasi altra cosa dentro delle categorie. Qual è il senso di cercare una definizione univoca di teatro? Tracciare dei confini ci aiuta alla comprensione o ci limita? Il teatro, come sostantivo singolare, non mi interessa. Preferisco parlare dei teatri, al plurale. Il teatro – al singolare - di ognuno di noi, che, nella somma, si fa plurale.

Quando frequentavo la mia prima scuola di teatro, un maestro a me molto caro, ci fece fare questo esercizio: dovevamo comporre una mini performance, di pochi minuti, usando una musica e un oggetto, e potendo dire un’unica battuta, che era: “Questo è il mio teatro”. Il mio, per l’appunto.


Credo che, tra quelli che appartengono all’universo teatrale, ci siano grandi artisti – in minoranza – grandi professionisti, intrattenitori e individui senza arte né parte, la cui unica cosa che condividono è quella di occupare lo stesso spazio, chi per fare l’ennesima edizione de La Locandiera di Goldoni, chi per mettere in scena uno di quegli spettacoli che ti cambiano la vita[2]. La “chiamata alle armi” è per andare a “combattere” due “guerre” diverse – quante virgolette! Da queste mie premesse, non mi meraviglia quindi il prolificare di tentativi di intrattenimento web di questi mesi, che spesso non divertono e non intrattengono.


Distinguere artisti e professionisti non è facile. Separare arte e mestiere nemmeno. Le ritengo due facce della stessa medaglia. È qualcosa che ha a che fare con quel conflitto tra arte e vita tanto caro a Cechov e a me. Conflitto che però appartiene a pochi.


Il teatro non può prescindere da due elementi, necessari ma non sufficienti: chi compie, con coscienza, l’atto teatrale e chi sceglie di assistere (o partecipare) all’atto teatrale. Il verbo che uso è “scegliere” ed è imprescindibile. Scelgo di andare fisicamente in teatro, scelgo di pagare un biglietto, e di spendere i miei soldi e il mio tempo per quello e non per altro. Non mi ritrovo lì per caso, come quando scorri la bacheca di Facebook, e per caso vedi leggere una poesia da un attore. Il mezzo può essere il web – anche se resto scettico – ma le premesse non cambiano: bisogna sceglierlo. Bisogna compiere un atto. E, come detto, non significa che questo sia sufficiente a creare una comunicazione, uno scambio.


A me, il mio teatro, è mancato. Nella definizione di “mio teatro” ci metto dentro non solo le cose che faccio io, ma anche le cose di artisti che riescono a toccarmi l’anima. E mi è mancato anche il contatto con le persone, mi è mancato viaggiare, mi è mancato l’incontro di sconosciuti - luoghi o persone che siano - mi è mancato immaginare il futuro, prima ancora che programmarlo. Mi è mancato vivere, e forse è per questo che mi è mancato il teatro. E forse è per questo che non sono riuscito a “fare” teatro. Nel senso che non sono riuscito a scrivere una riga, non sono riuscito a immaginare il mio prossimo spettacolo. Oltre al fatto che mi mancassero profondamente i miei compagni, attori e attrici della mia compagnia, la Barbe à Papa Teatro.


Non ho il minimo dubbio che le parole compiano azioni, per questo è importante pesarle con attenzione. Le parole possono deflagrare all’improvviso, ma possono agire anche come gocce d’acqua che, col tempo, erodono la pietra. E questo è pure peggio. Fanno anche cose belle le parole: ci riportano a ricordi piacevoli del passato, ci fanno emozionare, ci fanno immaginare il futuro. “Creano mondi”. Fanno, per l’appunto, delle azioni. Proprio l’altro giorno, con la mia compagnia, facevamo una riflessione sulla differenza di genere nella lingua italiana, e del fatto che, per esempio, il plurale di una parola che include sia il genere maschile che il femminile, venga reso esclusivamente al maschile. Anche questo contribuisce a rendere la nostra società maschilista e patriarcale? La grammatica può fare tutto questo? Non lo so. Di sicuro mi sento in dovere di farci una riflessione.


Teatro s.m. maschile appunto. Un teatro in cui i maschi la fanno da padroni. Occupano le poltrone più importanti. Maschi e anziani, in genere. Da queste categorie è rappresentato il teatro oggi. E non solo il teatro, mi verrebbe da dire. E il plurale? Che fine ha fatto? Non è contemplato? E il femminile?


Si sceglie cosa e come comunicare e forse si sceglie anche cosa e come si vuole ascoltare. Non meravigliamoci dunque del successo degli spettacoli “rassicuranti”, e non meravigliamoci del successo dei populismi e del proliferare di fake news. È più facile leggere il titolo che l’articolo. È di gran lunga più facile prendersela con un nemico preconfezionato che pensare che sei tu lo stronzo quando non ti sforzi di rendere il plurale anche al femminile. E in questo terreno così fertile, non sarà difficile innestare falsi ricordi che ci faranno credere che la Shoah era una burla, che la terra è piatta e che le minoranze sono pericolose. E sarà più facile, domani, farci rimanere a casa per un nuovo virus, o per qualsiasi altro motivo. Ci saremo talmente impigriti che non avremo più la capacità di inorridirci.


Siamo a bordo di un’auto che si sta dirigendo alla massima velocità verso un canyon. Che il virus sia l’Angelo mandatoci da Dio per salvarci, non ci è dato saperlo. Possiamo decidere che sia così, oppure no. Ma la decisione deve essere sia personale che di comunità, e deve partire soprattutto dall’alto. Io non cambierò il Mondo. Posso (e devo) cambiare il mio di Mondo. Ma io non mi occupo di manovre economiche, non partecipo a riunioni del Parlamento europeo, non siedo al tavolo del G8, non ho relazioni internazionali con Cina e Stati Uniti. Greta Thunberg è preziosa e certamente il suo Mondo l’ha stravolto. Ma non sarà lei a decidere i livelli massimi di inquinamento che possono produrre gli Stati. Posso anche decidere, per me, di iniziare un percorso di decrescita felice, ma questo non fermerà minimamente la corsa dell’auto verso il burrone. E questo, se da un lato mi deresponsabilizza, dall’altro non mi consente di dormire sereno. Non sarò stato io a distruggere il Mondo, così come non è stato Pilato ad uccidere Cristo.


Il “mio teatro” mi spinge sempre in una condizione di scomodità. Mi fa sempre pensare di essere in difetto, di essere sbagliato, di non fare abbastanza. Non mi fa accontentare. Confesso che spesso provo a godermi momenti trascurabili di comodità dentro la mia comfort zone. E la tentazione di restarci è forte. Chi me lo fa fare, d’altronde? Non lo so. So che non riesco a stare troppo tempo con gli occhi chiusi a far “finta di niente”. Non riesco a far finta. Nemmeno quando faccio teatro. Nemmeno quando vivo.


Claudio Zappalà

07/06/2020



[1] Da questo momento eviterò di scrivere “a mio giudizio”. S’intende che tutto il testo è una mia personale riflessione che non ha pretesa di verità.

[2] Tra gli spettacoli che mi hanno cambiato la vita – o giù di lì – mi piace citare (in ordine cronologico): La parola padre di Gabriele Vacis, U Parrinu di Christian Di Domenico, Le sorelle Macaluso di Emma Dante, Still life di Ricci/Forte, Les particules élémentaires di Julien Gosselin, The repetition di Milo Rau.

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