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  • Barbe à Papa Teatro

IL VALORE DEGLI SPAZI OCCUPATI

Il 25 novembre scorso, a Roma, è stato sgomberato il Nuovo Cinema Palazzo, un immobile situato nel quartiere San Lorenzo che da nove anni è un punto di riferimento per il quartiere e per la città, ma ben conosciuto anche dagli artisti e le artiste di tutto il territorio nazionale.


E infatti sono molti i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo che si sono mobilitati per difendere questa realtà, così come la cittadinanza che a centinaia ha sfilato in corteo proprio il giorno stesso dello sgombero coatto.


Sia chiaro, che un Comune decida di riappropriarsi di un locale occupato (il Nuovo Cinema Palazzo a dire il vero è di proprietà di un privato) è più che legittimo, specie se lo scopo è di riconsegnare – istituzionalmente - uno spazio alla città. Anche se spesso è proprio questo l’obiettivo delle occupazioni, riconsegnare alla cittadinanza uno spazio abbandonato dalle istituzioni, o, proprio come nel caso del Nuovo Cinema Palazzo,per sottrarlo alla speculazione, bloccando di fatto l’apertura di un casinò che senza nessuna autorizzazione stava nascendo a San Lorenzo” – come loro stessi raccontano a proposito del motivo dell’occupazione.


Perché quindi è giusto protestare contro lo sgombero del Nuovo Cinema Palazzo? O perché, più in generale, è giusto difendere spazi occupati come questo?


Abbiamo chiesto a Vittorio, uno degli occupanti del TMO – Teatro Mediterraneo Occupato di Palermo, di spiegarci il valore sociale di un’occupazione.


Perché si occupa uno spazio?


Bella domanda. Mai banale. La pratica dell’occupazione di spazi abbandonati per destinarli ad un uso sociale è da sempre uno strumento politico che ha molteplici implicazioni. In primo luogo è un atto politico che contrappone il “legittimo” al “legale”. Le strutture dello stato moderno sono state forgiate attorno alla difesa della proprietà privata. Sempre e comunque. Per cui il “legale” ha sempre una sua giustificazione ed immanenza nelle carte. Può essere fatto valere nelle aule di tribunale e così via. Come sappiamo. Il “legittimo” trova la sua base di forza nella condivisione di vedute, di prassi. In maniera informale e rispondendo ad una cosmovisione differente rispetto a quella dominante. L’occupazione, attraverso uno scontro epistemologico che rimescola le carte, si impone dunque con la forza nell’immaginario collettivo. Crea una nuova istituzione dal basso e restituisce in un istante tutto un universo di significati a chi attraversa e sostiene questi spazi. Nasce da una necessità diffusa ma spesso inespressa di socialità. Ed il periodo che stiamo attraversando, lo vediamo tutti, pone in luce una grave emergenza in termini di socialità, prossimità, scambio.


Inoltre, l’occupazione di uno spazio va sempre di pari passo con l’assegnazione di una, spesso inedita, destinazione d’uso sociale attraverso l’esercizio della forza. Nel caso del Nuovo Cinema Palazzo, laddove era previsto un luogo di estrazione di flussi monetari attraverso lo sfruttamento doloso di una patologia compulsiva come la ludopatia, è stato aperto, con la forza, un teatro, una palestra gratuita, un doposcuola, un luogo di socialità ed espressione culturale. Accessibile a tutti e connotato politicamente in quanto presidio antifascista, anti sessista, antirazzista. In una sola parola, anticapitalista. Nel nostro caso, il TMO-Teatro Mediterraneo Occupato, sorge sulle ceneri della famigerata Fiera espositiva più grande dell’area del Mediterraneo. Progetto faraonico dei primi anni ’50 del secolo scorso. Decaduto nei primi 2000 per assenza di investitori. Quella pioggia di miliardi, quella rete di ‘intrallazzi’ da mafia dei colletti bianchi, quella promessa di sviluppo, ci ha restituito una città fantasma dentro la città. Le uniche prospettive di rianimazione del cadavere della ex Fiera erano delle dichiarazioni di intenti relative all’inaugurazione di un mega centro congressi. Le gare per l’assegnazione della commessa andavano sistematicamente vuote. Abbiamo occupato (liberato) uno degli oltre venti padiglioni, di migliaia di metri quadri, restituendolo alla collettività. Imponendo una nuova destinazione d’uso dal basso. Come amo dire. Quell’esperienza compie oggi 7 anni.


Ma penso anche a tutti i laboratori sociali e politici affini a noi: l’ex SNIA a Roma, il porto fluviale sempre a Roma. La Cavallerizza Reale di Torino. Le ‘Libere repubbliche’ della Val di Susa e tutti i presìdi territoriali. Penso a tutti quei luoghi sottratti alla speculazione fine a sé stessa. Ci sono mille buoni motivi per occupare uno spazio e per supportarlo.


Quali sono i “doveri” di un occupante e quali i “diritti” del cittadino, rispetto al luogo occupato?


Ogni luogo occupato dovrebbe tendere all’annullamento progressivo della linea di demarcazione tra le due categorie. Se l’occupazione nasce da una più o meno chiara esigenza del territorio, il cittadino è l’occupante. Mi trovo particolarmente a mio agio nella definizione perché la mia esperienza di occupante del TMO va di pari passo con quella della mia stabilizzazione a Palermo. Sono un occupante ed un cittadino palermitano. Poi è chiaro che ad un’esperienza di questa portata servano contemporaneamente più livelli di coinvolgimento. C’è chi se ne prende cura in modo più costante. C’è chi presta le proprie risorse in base alle proprie disponibilità. A riguardo credo che possa valere un adagio al quale sono particolarmente affezionato: “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.


Ad ogni modo l’equazione che guida il nostro agire è semplice: l’occupazione è un atto politico intrinseco. In quanto tale la tensione è verso la moltiplicazione della pratica. Secondo questa impostazione infatti un collettivo non può mai dirsi completo, avendo la responsabilità di moltiplicare e riprodurre l’esperienza.


Quali strutture, in genere, vengono occupate e quali servizi vengono erogati?


In tutte le occupazioni che ho attraversato direttamente o meno, da Torino a Palermo, c’è un elemento costante che le accomuna. Si tratta sempre di strutture abbandonate. Possono essere immobili di proprietà pubblica o privata. Da questo elemento poi chiaramente dipende anche il livello di scontro, la forma della rivendicazione e della contrapposizione. Ma ripeto: l’occupazione sottrae dall’abbandono e dall’incuria immobili di proprietà di grossi fondi immobiliari, banche, amministrazioni pubbliche, per renderli fruibili alle comunità.


Per quanto riguarda i servizi erogati beh. Basta dare una rapida occhiata ai quartieri delle nostre città per renderci conto della quasi totale assenza di servizi essenziali e del progressivo smantellamento di quelli residui, per capire quali siano le necessità delle comunità. Penso all’ultimo straordinario esperimento sociale sorto a Palermo nel quartiere Borgo Vecchio, in uno spazio occupato. Medici, cittadini, volontari, hanno messo su un ambulatorio medico gratuito in un quartiere a ridosso del centro storico, completamente privo di un presidio medico ufficiale. Per non parlare dell’assenza di presìdi culturali, formativi, ecc. Anche se occorre prestare attenzione e non scadere, nel proprio agire politico all’interno degli spazi occupati, nell’assistenzialismo. Un’occupazione deve essere un organismo complesso che cammina incessantemente e cresce in qualità e quantità promuovendo il protagonismo delle comunità. Credo che in questo senso si possa parlare di attivismo, contrapposto alla passività del subire semplicemente un servizio.


Quali sono gli ostacoli politici e amministrativi che impediscono di riconoscere e legittimare un’occupazione?


Se occupi un immobile ad uso abitativo, avrai come orizzonte il riconoscimento e la legittimazione ufficiali. Una sanatoria, una assegnazione, una carta che ne definisca il titolo di proprietà o di possesso all’occupante che da quel momento ne diventa titolare. Le occupazioni di cui parliamo qui invece hanno un orizzonte differente, quello di sovvertire in maniera radicale la governance dei territori, inventando istituzioni dal basso la cui fonte di legittimazione, come già accennato, provenga tutta dalla capacità del progetto stesso di farsi parte integrante della comunità. Mi rendo conto che ci si muove in una zona poco illuminata, ma d’altronde credo anche che essere spregiudicati e provocatori possa aiutare ad attirare l’attenzione. In soldoni, non è affatto scontato che gli spazi occupati si muovano verso il classico riconoscimento. Verso l’ottenimento di un incarto legalmente valido. È anzi potenzialmente letale muoversi verso la compatibilità.


Tornando alla domanda, se noi di fatto creiamo dei progetti politici che mettono in discussione lo stato di cose, i detentori ufficiali del potere avranno non poche remore a “riconoscerli” perché questo varrebbe l’ammissione della propria insufficienza. Quindi possiamo parlare di ostacoli politici ed ideologici. Immaginate un apparato politico che ad un certo punto ammette l’inutilità del progetto di alta velocità in Val di Susa. Creerebbe il panico tra le fila compatte di generazioni di politici che da destra a sinistra per oltre 30 anni hanno sostenuto con veemenza il contrario. O ancora, l’ambulatorio medico del Borgo Vecchio: è la lampante dimostrazione che la sanità può essere capillare, di prossimità, gratuita, accessibile.


Naturalmente questo non impedisce alle occupazioni di avere un dialogo con le istituzioni cittadine. Anche se nella maggior parte dei casi non porta a niente perché si parlano linguaggi completamente differenti. Chiudo con un altro esempio giusto per chiarezza. Negli spazi occupati la diffusione dei contenuti culturali è gratuita. Significa che nessuno è tenuto al pagamento dei diritti SIAE (immagino le facce di alcuni di quelli che ci stanno leggendo). Se il riconoscimento ufficiale del progetto non tiene conto di questo elemento essenziale tra molti altri (lo spazio SIAE free), allora diventa un orizzonte non desiderabile. Spero di essere stato chiaro.


Perché le amministrazioni decidono di sgomberare uno spazio occupato e perché, in altre circostanze, vi è una silenziosa autorizzazione?


Lo sgombero può avvenire in molti modi, dietro impulso di vari attori pubblici a più livelli istituzionali o privati. A seconda anche della natura della proprietà che l’occupazione mette in discussione. Lo sgombero però avviene solo a seguito del rimescolamento delle carte sul tavolo. Provo a spiegarmi meglio. Come ho accennato prima, la legge è dalla parte del diritto di proprietà. Sempre e comunque. Quindi l’occupazione, per esistere e resistere si serve di altre fonti di legittimazione: la forza, la solidarietà, la notorietà, la necessità di quei particolari servizi che offre gratuitamente o a “prezzi popolari”. Tutti elementi che concorrono a ribaltare il rapporto di forza basato sulla legge, in uno basato sulla volontà diffusa di una collettività. Se viene a mancare la fonte della legittimazione all’occupazione, si apre una falla e la controparte, pubblica o privata che sia, ne approfitta per ristabilire l’ordine delle cose. Tutte le occupazioni, in quanto provenienti dalla lesione di un diritto, quindi da un reato, sono potenzialmente sotto sgombero. Sta tutto nella capacità di scongiurare lo sgombero attraverso un gioco delle parti. Certo, poi ci sono casi in cui, in assenza di alternative, lo Stato in tutte le sue forme, gioca particolarmente sporco approfittando del lockdown da pandemia per raggiungere un risultato che in tempi normali non sarebbe stato facile portare a casa. O non così facile.


Dunque l’assenza di uno sgombero non è un silenzio assenso. È sempre molto più complicato e si gioca tutto sul piano del politico. Se un’occupazione dimostra di poter essere potenzialmente una spina nel fianco, che è ciò che sta provando a fare la comunità del Nuovo Cinema Palazzo capitalizzando tutte le reti di solidarietà che ha intessuto in questi anni, il fatto che non la tocchino può essere determinato dal voler evitare il caso mediatico e politico.


Quando dovrebbe concludersi un’occupazione?


In linea teorica quando cessano di esistere i presupposti su cui è nata. Intendo dire quando una comunità conquista definitivamente il diritto di decidere le sorti del territorio di cui si prende cura. L’occupazione per come la intendiamo noi qui, è uno straordinario esercizio di democrazia diretta finalizzato al governo di un bene dal basso: una valle alpina, una riserva ambientale, un teatro, un quartiere… Per cui la strada è ancora lunga, prima che si possa intravedere la linea del traguardo.


Qual è lo stato delle occupazioni a Palermo?


Non voglio evadere la domanda ma l’anno scorso abbiamo partecipato alla realizzazione di uno scritto edito da Zabùt che si chiama: Palermo e i suoi spazi occupati. Cronache di autogestione. Si fa il punto sulle esperienze degli ultimi anni in città. Lo si trova qui: https://www.libreriauniversitaria.it/palermo-suoi-spazi-occupati-cronache/libro/9788894455106

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